Ultimo aggiornamento il 26 luglio 2026

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Tanti Auguri a Rosalia & Salvatrice: finalmente 'spose', dopo ben 45 anni d'amore...

Rosalia Amormino & Salvatrice Giallombardo nel giorno delle loro nozze (foto repubblica.it)

Tanti Auguri di una meravigliosa esistenza alle sessantenni Rosalia Amormino e Salvatrice Giallombardo che, finalmente!, nei giorni scorsi, nel comune di Termini Imerese, sono riuscite a coronare il loro amore anche davanti alla legge.
Amore che dura da ben 45 anni (!!) e che è nato e si è sviluppato grazie al tanto coraggio dimostrato dalle due donne che, nei primi anni settanta, in Sicilia, sono riuscite ad amarsi contro tutto e tutti, facendo quella che allora veniva chiamata "la fuitina".
Ora, in effetti tale termine non appare appropriato per le due donne, infatti, "la fuitina" veniva compiuta dai fidanzati - etero - al fine di costringere le famiglie a prendere atto del proprio amore. Con la fuitina, infatti, la ragazza 'giaceva' a letto con il fidanzato, anche ufficialmente, cioè agli occhi del mondo e, dunque, essendo ormai la ragazza 'compromessa' ai due venivano in tal modo concesso di sposarsi, seppur contro la volontà dei genitori di uno o di entrambi i fidanzati.
Il caso di Rosalia e Salvatrice, invece, come detto, è stato del tutto diverso. Prima di tutto perché, come detto sopra, le due erano entrambe donne e, dunque, ad esse sarebbe stato impossibile, per i motivi sopra esposti, applicare il concetto di 'fuitina'; poi perché la storia era proprio diversa: Rosalia, infatti, era fidanzata proprio con il fratello di Salvatrice. Si è quindi lasciata e poco dopo, nel 1976, alla morte della mamma, le due donne si sono messe insieme...ed ancora oggi, dopo ben 42 anni (+ di tre anni trascorsi amandosi di nascosto..) stanno insieme ..

Ecco fatto, non resta ora che proporvi il link al video con la celebrazione della loro Unione Civile, così come pubblicato ieri dal sito larepubblica.it:


E...Immensi Auguri!!! e Complimenti!!
MduL



Fonte:
Articolo/Video "Palermo, 45 anni fa la "fuitina" fra donne: ora si sono sposate" di Giorgio Ruta per repubblica.it (il cui link diretto è nel testo del post)  

"OMOFOBIA in Europa: l'Italia tra i paesi più omofobi"

Si ritiene di non potersi esimere dal condividere l'Inchiesta effettuata per il settimanale l'Espresso "Omofobia, la mappa dell'odio in Europa. E l'Italia è il Paese che discrimina di più" da Lorenzo Di Pietro (28/07/2014). Sottotitolo: Un sondaggio dell'Unione Europea condanna senza appello il nostro Paese, relegato in fondo a tutte le classifiche quando si parla di libertà sessuale a scuola, sul posto di lavoro o al momento di accedere ai servizi. Anche a causa di una classe politica tra le più arretrate in materia. I nostri grafici per indagare il problema nei suoi vari aspetti. [il link all'articolo originale, con tutti i grafici, lo potete trovare in fondo a questo Post].

Diffusione del linguaggio omofobo in politica (dove si nota l'anomala posizione dell'Italia tra i paesi del gruppo B)

<< Discriminazione, paura e aggressioni: l'Europa delle libertà e dei diritti si scopre omofobica e transfobica. Un sondaggio condotto dall'Unione Europea su un campione di 93 mila persone Lgbt maggiorenni dei paesi membri non lascia dubbi: a troppi individui è negato il diritto di essere pienamente sé stessi a causa di intimidazioni, attacchi violenti e comportamenti discriminatori in ogni ambito della vita pubblica.
Le difficoltà iniziano a scuola, dove atti di bullismo e atteggiamenti intolleranti sono per molti il primo duro impatto con una società che non comprende e rifiuta le diversità. Un'esperienza che si ripete al momento di trovare un lavoro, cercare una casa, nell'accesso ai servizi pubblici e persino nel tempo libero. Segnando spesso, anche profondamente, la vita di tanti che, come conseguenza, scelgono di reprimere la propria identità in pubblico.
L'Espresso ha analizzato questi dati per capire un fenomeno che ha ancora molte ombre e comprendere la posizione dell'Italia nel contesto europeo.

MENO DIRITTI PIÙ DISCRIMINAZIONI
Per capire il contesto, vediamo con la prima mappa come si sono evoluti in Europa, dal 1998 a oggi, il riconoscimento del matrimonio egualitario (comunemente detto "matrimonio gay"), delle unioni civili e dell'adozione per le famiglie omoparentali (cambiando l'anno è possibile seguirne l'evoluzione nel tempo).
Guardando la mappa al 2014 si può immaginare un'Europa divisa in due: da una parte i paesi di colore viola e porpora, che hanno legalizzato il matrimonio e l'adozione anche per le coppie omosessuali, dall'altra parte tutti gli altri. È una separazione che ritornerà costantemente nel prosieguo dell'analisi. Un'Europa a due velocità in tema di diritti, dove possiamo notare che i paesi individuati in quello che chiameremo "gruppo A", sono quelli che hanno aderito all'Ue prima del 1994, mentre nel secondo gruppo ("B") abbiamo quelli dell'ex blocco sovietico, entrati nell'Ue a partire dal 1994, ai quali si aggiungono l'Italia e la Grecia.
Nei Paesi dell'ex blocco sovietico un vincolo costituzionale impedisce il riconoscimento del matrimonio per le coppie omoparentali, nonostante ciò l'Ungheria ha comunque riconosciuto l'unione civile, mentre l'Italia, che dovrebbe appartenere al gruppo A, in tema di diritti e discriminazione, ha caratteristiche del tutto assimilabili al gruppo B. Questi Paesi, lo vedremo più avanti, sono infatti con l'Italia anche il fanalino di coda di tutte le classifiche sull'omofobia e la transfobia. Una sovrapposizione totale tra assenza di riconoscimento pubblico dei diritti e maggiori discriminazioni.

LA PRIMA EMARGINAZIONE NON SI SCORDA MAI
La scuola e il lavoro sono forse gli ambienti più importanti, che assorbono gran parte del tempo dedicato della vita pubblica. Ecco cosa succede rispetto alla predisposizione delle persone Lgbt ad aprirsi rispetto alla propria identità nei due contesti.
L'età della scuola è quella in cui spesso si prende progressivamente confidenza con l'identità di genere e l'orientamento sessuale, sperimentando anche le prime esperienze di discriminazione. Solo il 5 per cento degli Lgbt europei è aperto con tutti, rispetto alla propria identità di genere a scuola. Lo sono meno gli uomini bisessuali (2 per cento) di più le lesbiche (6 per cento). Le persone transgender italiane sembrano invece tra le più aperte d'Europa. Un raro caso in cui l'Italia si trova in una posizione migliore della media.
Lesbiche e donne bisessuali condividono la propria identità di genere in circa la metà dei casi. Anche in Italia, con valori di poco più bassi. Il dato si abbassa drasticamente per gay, uomini bisex e transgender: meno del 30 per cento quelli che scelgono di essere aperti nell'ambiente universitario o scolastico. In sostanza oltre il 70 per cento degli intervistati preferisce non divulgare la propria identità di genere.
Nell'ambito del lavoro le cose cambiano. Oltre il 70 per cento degli intervistati non fa segreto della propria identità di genere, e ben il 23 per cento delle lesbiche e il 26 per cento degli omosessuali la condivide apertamente con tutti. Una differenza rispetto alla scuola, interpretabile anche con una maggiore consapevolezza di sé. L'Italia però è distante oltre dieci punti percentuali dalla media europea, impaludata tra quei Paesi post 2004 del gruppo B, con una differenza di oltre venti punti dalla media dei paesi del gruppo A.
Questi dati sembrerebbero confortare se letti in positivo, ma il rovescio della medaglia è che un gay e una lesbica su quattro preferiscono non rivelare la propria identità di genere al lavoro, proporzione che sale a uno su tre per donne bisessuali e supera il 50 per cento per gli uomini bisessuali.

IL POLITICO ITALIANO E' IL PIU' OMOFOBO
Analizziamo ora quattro comportamenti discriminatori, in ordine di gravità e tra i quali è possibile vedere un legame.
Ai politici italiani va la maglia nera di più omofobi d'Europa, secondo gli intervistati. Alla domanda su quanto sia diffuso il linguaggio offensivo da parte dei politici verso le persone Lgbt, l'Italia ne esce umiliata: il 91 per cento ritiene che i nostri rappresentanti usino diffusamente un linguaggio discriminatorio. Un risultato scioccante se confrontato alla media europea del 44 per cento, che contiene anche il dato sull'Italia e sui paesi dell'Est Europa, i quali oscillano tra il 60 all'80 per cento. Mentre guardando agli Stati del blocco A, quelli che hanno riconosciuto il matrimonio e l'adozione omoparentale, notiamo che la differenza è incolmabile se pensiamo al 10 per cento della Germania e dell'Olanda e a valori poco più altri di Gran Bretagna, Francia e Paesi scandinavi.
Se è vero che i politici sono lo specchio del paese, allora non è un caso che l'Italia sia tra quelli più intolleranti. Lo si vede con la seconda voce del menù, dove troviamo le battute contro le diverse identità di genere nella vita quotidiana. E vediamo che gli italiani sono all'"altezza" della loro classe politica: ben il 96 per cento ritiene un'abitudine diffusa fare battute offensive. Qui il resto dell'Unione non è molto più brava: 82 per cento.
Segue un tema ancora più serio, quello delle espressioni di odio e avversione contro lesbiche, gay, bisessuali e transgender. Un comportamento che in molti Paesi è previsto come reato, mentre in Italia è ancora aperto il dibattito sulla necessità di approvare una norma specifica contro l'hate speech. Anche qui l'Europa non ne esce bene, oltre metà del campione ritiene diffusa l'espressione di odio verso le persone Lgbt. Ma mentre nei Paesi del gruppo A questo fenomeno è stimato al di sotto di un terzo, in quelli del gruppo B (Italia e Grecia comprese) il valore medio si attesta intorno all'80 per cento. Cioè quattro Lgbt su cinque ritengono diffuso l'incitamento all'odio.
L'ultima voce chiude il cerchio dell'odio, che inizia con le battute, le offese in pubblico e lo sdoganamento della violenza verbale da parte della classe politica, e termina con le aggressioni, prodotto di un processo sociale di assuefazione e assimilazione della cultura dell'intolleranza. Più di un terzo del campione, il 38 per cento, ritiene che siano diffusi i casi di aggressione contro le persone Lgbt. L'Italia, tanto per (non) cambiare, è quella messa peggio, il 69 per cento contro il 31 del Regno Unito, il 26 della Germania e il 23 della Spagna.

L'EUROPA DISCRIMINA, L'ITALIA DI PIÙ
Il terzo grafico sancisce tristemente che in Europa le discriminazioni sono molto forti e diffuse pressoché ovunque.
Se l'identità di genere è mediamente poco discriminata (11 per cento), l'orientamento sessuale invece è un bersaglio molto frequente: due intervistati su tre ritengono diffuso questo tipo di discriminazione. I dati sull'Italia, anche in questo caso, si rivelano pessimi, relegandola ancora una volta nel girone dei peggiori. Sulla discriminazione in base all'identità di genere, il nostro Paese registra un 18 per cento, mentre per quella sull'orientamento sessuale la condanna è senza appello: siamo al 92 per cento. Peggio di noi solo Croazia e Lituania.
La notevole differenza tra la discriminazione per l'identità di genere e quella per l'orientamento sessuale significa che il pregiudizio e l'avversione non si manifestano per ciò che le persone sono (l'identità di genere), ma perché manifestano pubblicamente la loro natura nelle relazioni di coppia (l'orientamento sessuale). E ci ricorda il leit motiv dell'omofobo: «Non sono omofobo, ma non devono baciarsi per strada».

NON IN PUBBLICO, GRAZIE
Dall'ex sottosegretario Carlo Giovanardi all'eurodeputato leghista Gianluca Buonanno, che da sindaco di Borgosesia propone 500 euro di multa per i baci gay, in molti sono stati chiari sull'argomento: i gay non devono manifestare il loro affetto pubblicamente.
Un pensiero forse diffuso, visto che in Italia tre intervistati su quattro hanno paura di tenersi per mano in pubblico, temendo aggressioni o minacce a sfondo omofobico o transfobico. Un dato che aumenta di poco in base all'età e che, per gli over 55 italiani, raggiunge il 78 per cento, seguiti da Francia e Regno Unito. In Europa il dato medio si attesta invece intorno al 67 per cento. Un valore comunque preoccupante.
Anche solo frequentare alcuni luoghi pubblici, o parlare di sé con gli amici, ma pubblicamente, può essere un problema. Circa la metà degli europei ha paura di frequentare determinati luoghi ritenendoli a rischio aggressioni. E la paura condiziona anche la libertà di espressione, alimentando forti forme di autocensura. Sono in molti a considerare non sicuri quei luoghi che dovrebbero rappresentare per tutti uno spazio di serenità, come lo sono la propria abitazione, un ufficio pubblico, un luogo di lavoro o una discoteca. Che diventano invece prigioni mentali, luoghi dove le persone, giovani e meno giovani, non possono godere del diritto di essere liberamente sé stessi, chiunque essi siano. >>

La neo Presidente del Gruppo PD in Europa, Patrizia Toia
         Del resto, che la posizione dei politici e, dunque, dei Governi italiani, su questi temi, è assolutamente priva della benché minima aderenza all'evoluzione sociale del paese è confermato ancora una volta dai recenti avvenimenti. E' di questi giorni, infatti, la nomina alla guida della delegazione italiana del PD (Partito Democratico) in Europa dell'eurodeputata Patrizia Toia, nota per le sue posizioni integraliste (quasi più a destra della Binetti, per intenderci) in merito ai diritti glbt. Nello specifico, Patrizia Toia, 64 anni, tre legislature a Strasburgo, è l'autrice di lettere manifesto contro le unioni gay e di botta e risposta con le associazioni che invocano l'adeguamento della legislazione italiana a quella Europa, niente male vero?.
Averla dunque messa a capo della delegazione italiana del partito di governo in Europa può significare solo una cosa, con le parole di Tommaso Cerno: "l'Italia si dev'essere resa conto di essere rimasta l'unico paese dell'Unione - quella europea - a non avere ancora una legge sulle Unioni - quelle civili - né sull'omofobia e, per non essere quindi tacciata di ipocrisia, per rendere evidente la sua essenza ai partner, ha scelto di farsi rappresentare da chi quelle leggi non vuole votare né adottare".
Il motivo di tale nomina? E' presto detto, sempre con le parole di Tommaso Cerno, nel suo articolo, redatto per l'Espresso, "Il Pd sceglie l'antigay Patrizia Toia in Europa. E allora perché non riprendere la Binetti?" - Sottotitolo: La capodelegazione democratica all'Europarlamento sarà la lombarda, nota per le sue posizioni contro le nozze gay. E, vista la scelta, il partito dovrebbe spiegare perché non riapre le porte a Paola Binetti. Grillini: "Sarebbe troppo integralista anche per la Merkel" del 24/07/2014: 
<< Ma allora, ci si domanda, perché non chiedere all'originale, Paola Binetti, di tornare sui suoi passi e rientrare a pieno titolo nel Pd? Perché affidarsi a una copia?
Domanda che resterà, temiamo, senza risposta. Perché - dopo avere di fatto silurato la candidatura di Simona Bonafé, la più votata d'Italia, per ragioni di “screzi” con il giglio magico renziano - peggio della scelta del nome, c'è stata la litania di spiegazioni, argomentazioni, arringhe, post, tweet, forniti dai civatiani per spiegare il gesto di improvvisa unità con Matteo, nel nome dell'omofobia. A partire da Daniele Viotti, gay dichiarato, che s'è spinto in sittanta elucubrazione: «Abbiamo dato il nostro voto a una persona con cui non siamo d'accordo su praticamente nulla», scrive su Facebook. Frase che, nel Pd italiano, ripetono in molti renziani di ritorno, da qualche tempo. Aggiunge: «Patrizia Toia avrà un ruolo diverso, di coordinamento nell'organizzazione interna della nostra delegazione». Davvero? Strano, visto che quel ruolo, occupato da Nicola Zingaretti e da David Sassoli, è sempre stato invece un ruolo al alto tasso politico, come ogni ruolo di rappresentanza. A maggior ragione nel momento in cui i diritti civili sono il tema caldo dell'agenda politica d'autunno.
La corrente del partito democratico spiega il suo voto a favore di Patrizia Toia, nota per le sue posizioni contrarie alle nozze gay, come capodelegazione in Europa. "E' solo un ruolo amministrativo"
Eppure, a pensarci bene, hanno ragione loro. In effetti, se il sottosegretario renziano Ivan Scalfarotto, gay dichiarato pure lui, è riuscito nell'intento di stendere una legge contro l'omofobia che, emendata come è stata emendata, cambiata come è stata cambiata, manomessa come è stata manomessa, in pratica è diventata una legge che acconsente (quindi istiga) alla violenza contro gli omosessuali, c'è da chiedersi che male possa fare - in effetti - Patrizia Toia, se non rappresentare la quota rosa di omofobia necessaria per non dire, poi, che come succedeva prima, tutti i ruoli più importanti spettavano agli uomini.
A pensarci bene, l'omofobia alla guida di una delegazione ha poi un'altra valenza: affermare con i fatti che non c'è all'orizzonte alcuna svolta autoritaria. Quando si tratta di diritti, nel Pd, il pensiero non è affatto unico. C'è sempre un omofobo pronto al salto.
"Non è una buona notizia per il movimento lgbt e per i diritti civili. La nostra infatti si è sempre opposta sia in Italia che in Europa a qualsiasi provvedimento a favore delle persone lgbt inseguendo il familismo ultratradizionalista di origine Teodem", spiega Franco Grillini, leader storico di Movimento Gay Italiani ed ex deputato Ds, che rifiutò di iscriversi al Pd per la presenza nel partito proprio di Paola Binetti, "Il gruppo Pd al Parlamento Europeo è il più numeroso dopo quello di Angela Merkel ma appartiene in teoria al Pse che dovrebbe essere laico e socialista. E’ davvero bizzarro che un personaggio cattolico integralista che sarebbe persino troppo a destra anche per buona parte del Ppe sia designato a capo del principale partito del socialismo europeo. Evidentemente la coerenza non sta più di casa nemmeno".
Se n'è accorta addirittura l'Arcigay, che sembrava essersi anestetizzata dopo che Francesca Pascale ha chiesto e ottenuto la tessera e, in cambio, ha spostato la rotta del centrodestra berlusconiano verso il porto dei diritti civili. Dice Flavio Romani, presidente nazionale: «Senza nulla togliere all'esperienza e alle competenze dell'onorevole Toia, balza all'occhio la nomina in un ruolo rappresentativo di un'esponente che dalla sua delegazione, durante la votazione della Relazione Estrela sul diritto delle donne all'interruzione di gravidanza, si smarcò clamorosamente, autodefinendosi minoranza», racconta il portale Gay.it. «La domanda - chiede Romani -, allora, è duplice: quanto l'onorevole Toia è davvero rappresentativa del gruppo dei democratici che oggi siede in Parlamento? E di conseguenza: le posizioni che Toia esprime sono da considerarsi da oggi "maggioritarie" all'interno della delegazione dei democratici, al punto da poter condizionare la sintesi politica su temi quali l'interruzione di gravidanza o le unioni tra persone dello stesso sesso?».
Non resta altro da dire.
MduL 

Gli articoli originali, riportati in questo Post, li potete trovare ai seguenti link:

Jodie Foster & Alexandra Hedison si sono sposate!

Alexandra Hedison & Jodie Foster alla loro prima uscita pubblica, con le fedi al dito..
Ed ecco, finalmente!, la notizia che da sempre avremmo voluto dare: Jodie Foster si è sposata. L'attrice, 51 anni, infatti, poche settimana fa, durante il weekend di Pasqua, ha sposato in gran segreto la sua attuale compagna, la fotografa, 53, Alexandra Hedison (famosa da noi per essere stata tra le interpreti delle ultime serie del telefilm "TheLword").

Delle due novelle spose abbiamo già parlato in questo blog: fanno coppia dall'ottobre 2013. La loro prima apparizione pubblica insieme è stata, quello stesso mese, al Annenberg Center di Beverly Hills per il Performing Arts Gala. Prima Alexandra, per tre anni, era stata la fidanzata di Ellen DeGeneres. Jodie, invece, ha passato quasi vent'anni con Cydney Bernard, con la quale ha cresciuto i figli Charlie e Kit (epico, in tal senso, il coming-out di Jodie Foster al Golden Globes 2013, allorquando ha pubblicamente ringraziato Cydney Bernard per essere stata al suo fianco per tutti quegli anni, sostenendo anche: «Sono così orgogliosa della nostra famiglia moderna, i nostri figli sono sorprendenti. Anche questo premio è per voi»).

Da segnalare, che Jodie e Alexandra erano state fotografate con l'anulare impegnato, che significava promessa di nozze, due mesi fa. E adesso la cerimonia è stata celebrata. 
Auguri!!
MduL 

Dimenticavo. Questo Post è stato scritto basandosi sul seguente articolo web:


“Jodie Foster e Alexandra, prima passeggiata da sposate” scritto da Stefania Saltalamacchia per la rivista vanityfair.it

E' dal 2006 che anche il Sudafrica contempla le nozze gay, ma se sei lesbica rischi la vita lo stesso.


Duduzile Zozo
Premesso che il Sudarica, ancora oggi, "resta teatro di efferati delitti motivati dall'omofobia, che periodicamente occupano le cronache e riempiono di raccapriccio l'opinione pubblica".
L'ultimo, in ordine di tempo, l'atroce delitto della giovane, ventiseienne, Duduzile Zozo, uccisa, appunto, solo perchè lesbica.
La triste storia di questo efferato delitto è presto detta. Nella zona est di Johannesbourg (città madre del ben noto fautore liberista Nelson Mandela) è stato finalmente arrestato il ragazzo (mostro!) che ha assassinato, mutilandola ignobilmente, Duduzile.
Pensate che (e scusate se lo scrivo, ma è per farvi rendere conto fino in fondo di cosa stiamo parlando) il cui corpo della giovane è stato rinvenuto con uno scopino del water infilato senza scrupoli dove non è nemmeno concepibile pensare. Il fatto è avvenuto di preciso il trenta Giugno scorso, quindi diversi mesi addietro, e trova ambientazione nell’area di Thokoza. Gli investigatori hanno confermato i sospestti e cioè che tale efferato delitto è legato alla forte e resistente componente omofoba dello stato africano. In altri termini, Duduzile è stata uccisa solo ed esclusivamente in quanto omosessuale!.
"La creatura: Lekgoa Lesley Motleleng"
Ma chi è la "creatura" che ha ammazzato senza pietà la giovane Duduzile? 
La creatura è tal Lekgoa Lesley Motleleng, 22 anni, che viveva non solo nello stesso isolato, ma proprio a pochi metri di distanza da Duduzile, con la quale si conosceva, al punto che, come ha riferito la compagna di Duduzile in più occasioni, "la creatura" sembra abbia minacciato più volte di morte la giovane e nessuno ha mai fatto nulla.
Ma la cosa ancora più orribile (come se di queste cose si potesse fare una graduatoria delle più o meno orribili) non è questa, ma il fatto, sconvolgente!, che "la creatura" dopo l'efferato delitto perpetrato, ha pure avuto il coraggio di partecipare alla veglia funebre della ragazza che aveva appena ucciso e, non contento, di offrire le proprie "sentite" condoglianze ai familiari di Duduzile, abbracciandoli uno ad uno. Certo, ora, almeno è in galera e, speriamo, sconterà la sua pena, ma che rabbia incontenibile!.
Certo l'omicidio di Duduzile non è stato il primo, assolutamente (nel periodo che intercorre fra giugno e novembre 2012, per esempio, ben cinque ragazze su sette sono state vittime di omicidio che trova fondamento nel disprezzo “estremo” verso l’omosessualità), né, haimè, sarà l'ultimo (avrei potuto parlare, per esempio dell'efferato - sempre efferati! - delitto di Noxolo Nogwaza, che fu rapita e successivamente privata della sua stessa vita nei primi mesi dell’anno in corso) ma da qualche parte bisogna pur iniziare a parlarne, vi pare?!.
Insomma, lo stato del Sudafrica sconta una profonda dicotomia tra le componenti più forti, radicate ed ataviche del paese, tra esse, appunto, la componente omofobica (bisogna non dimenticare che nella stessa Johannesbourg ci sono ancora oggi dei veri e propri"campi di conversione"!) e quelle innovative, accoglienti e tolleranti, come la componente giuridico-istituzionale che è riuscita, grazie all'intervento della giustizia, a far recepire nella costituzione dello Stato addirittura il riconoscimento delle nozze gay e non da ora, ma già dal 2006!!.
Perchè è proprio così: il sudafrica è l'unico Stato africano che non solo tollera, ma anche tutela l'omosessualità. Questo è stato, ed è tutt’ora possibile grazie alla volontà di Nelson Mandela che ha posto come articolo nella redigenda Costituzione del paese, la repressione e la perseguibilità di ogni forma di discriminazione basata sull’orientamento sessuale e l’identità di genere.
Ma, prima ancora, è stato possibile grazie di lesbiche sudafricane che, nel 2002, non potendosi sposare, fecero causa allo Stato perché, sostenevano i loro avvocati, veniva violato il principio costituzionale che proebisce ogni discriminazione legata al sesso, genere o orientamento sessuale.
Iniziato così il giudizio, la questione arrivò fino alla Corte Suprema che, all'unanimità, sentenziò in favore della coppia omosessuale, riconoscendo il loro diritto al matrimonio. 
Ed ecco che, dunque, dal 2006, il Sudafrica, lo stesso paese teatro di tali orribili, efferati delitti a danno di donne e uomini gay, ammette per legge il matrimonio tra persone dello stesso sesso, quinto paese al mondo e primo, ed unico, paese dell'Africa a prevederlo (di contro, altri paesi africani ancora oggi prevedono la pena di morte per gli omosessuali).
La nazione di Nelson Mandela, dunque, "dispone così non solo di una delle Costituzioni più avanzate che ci siano, ma anche di una legislazione assai favorevole ai diritti degli omosessuali. Nei primi cinque anni in cui la nuova legge è stata in vigore, sono state celebrate oltre tremila nozze gay".
Thabo Cecil Makgoba
A ciò, si aggiunga l'incredibile apertura del mondo cristiano che, proprio nel tentativo di arginare il fenomeno omofobo, nella persona dell'arcivescovo anglicano di Città del Capo, Thabo Makgoba, ha lanciato un video-appello in difesa dell'amore omosessuale, per conto dell'associazione Human Rights Watch, dove viene detto "Non abbiate paura. Qualcuno vi dirà che è una cosa non-africana, ma io vi dico che l'amore è più forte della cultura".
Insomma, in Sudafrica puoi sposarti con la tua compagna ma rischi magari di venire uccisa dal razzista-omofobo di turno che ti vuole punire per il solo fatto di essere gay.
In Italia, per carità, l'omofobia è molto più "civile" (lo ho sentito dire, giuro!), nel senso che è difficile (non impossibile, visto che è successo) che una donna venga uccisa perchè gay. Vero, da noi, di solito, una donna viene uccisa solo perchè donna, non importa se gay o no.
MduL

Per scrivere il presente Post mi sono avvalsa dei seguenti articoli:
"E l'arcivescovo disse: l'amore e più forte della cultura", di Pietro Veronese per la rivista "Il venerdì" del quotidiano La Repubblica;
"SudAfrica, uomo arrestato per presunto assasinio e mutilazione di una ragazza lesbica", articolo sul sito pianeta gay, qui: http://www.pianetagay.com/sud-africa-uomo-arrestato-per-presunto-assasinio-e-mutilazione-di-una-ragazza-lesbica/#.Un9TByfnbUI
"Sudafrica, l'assassino di una giovane lesbica presenziò ai funerali e offrì le condoglianze alla famiglia" di Federica, sul sito gaiaitalia.com, qui: http://www.gaiaitalia.com/2013/10/sudafrica-lassassino-di-una-giovane-lesbica-presenzio-ai-funerali-e-offri-le-condoglianze-alla-famiglia/

La storica sentenza della Corte Suprema USA sulle Nozze Gay

La copertina del Time dedicata all'evento!
Ma facciamola qualche notazione sulla storica sentenza emessa dalla Corte Suprema degli Stati Uniti  alla fine del mese scorso. Detta sentenza, infatti, ha sancito, oltre ogni più rosea aspettativa, che i matrimoni gay abbiano valore in ognuno degli Stati che compongono gli Stati Uniti d'America. 
In America, dunque, se prima di tale sentenza due persone dello stesso sesso avessero voluto contrarre matrimonio, avrebbero dovuto migrare in uno degli stati dove tali matrimoni fossero riconosciuti, ma lo stesso avrebbe avuto vigore solo nello Stato stesso nel quale era stato contratto. Ora, con questa meravigliosa sentenza, una coppia gay può sposarsi a San Francisco e trasferirsi poi tranquillamente, per esempio, in Texas, vedendo riconosciuti anche in quello, come in ogni altro stato dell'Unione i propri diritti di coppia sposata!!!
La portata rivoluzionaria di tale sentenza, infatti, poggia proprio su questo punto: ogni stato della federazione che compone gli stati uniti d'america è tenuto ora, per legge, a riconoscere i matrimoni gay: magari può ancora non permettere che tali unioni vengano contratte nel proprio territorio ma deve accettare comunque le coppie gay sposate che vorranno abitare in quello Stato. 
Insomma, un matrimonio gay, in America, ha valore legale in ogni parte degli Stati Uniti, sia negli Stati che li prevedono come possibili, sia negli stati ultra-conservatori che nulla prevedono al riguardo o, peggio, li vietano. Fantastico!

Edith Windsord (ds) e sua moglie Thea Spyer (sn)
Certo, in questa sede, in questo Blog, è d'obbligo segnalare fin d'ora (si avrà occasione di tornarci sopra approfonditamente) che tale rivoluzionaria sentenza si deve al coraggio ed alla tenacia di una donna, Edith Windsord, che per anni ha combattuto una battaglia estenuante, ora è molto anziana (83 anni), per veder riconosciuti i suoi diritti di vedova, una volta che è venuta a mancare la sua adorata compagna di una vita, Thea Spyer. Si erano sposate in Canada e stavano insieme da più di quarant'anni. I nomi di queste due donne sono, Edie e Thea, ricordateli bene, vi serviranno in futuro per sentirvi delle persone migliori.
Insomma, tutto il mondo si sta finalmente aprendo a questa grande conquista di civiltà (come non dimenticare anche le recenti leggi approvate non solo dalla Francia ma perfino dall'Uruguay, dall'Argentina e Città del Messico?). 

Ed in Italia? Bhè, da noi sappiamo bene come vanno le cose, ma ci tengo lo stesso a riportare qui di seguito uno splendido articolo scritto dal Prof. Stefano Rodotà per "La Repubblica" e pubblicato nel web al seguente link: http://temi.repubblica.it/micromega-online/nozze-gay-il-mondo-decide-mentre-l%E2%80%99italia-e-paralizzata/#.Uc2TgoSMuGQ.facebook

Eccolo.

Nozze gay, il mondo decide mentre l’Italia è paralizzata


di Stefano Rodotà, da Repubblica, 28 giugno 2013
La decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti sul matrimonio tra persone dello stesso sesso non è un fulmine a ciel sereno, la rottura di un ordine ben saldo, la bizzarria che ci arriva da un paese eccentrico e lontano. Un buon liberale si rifarebbe a Rudolf von Jhering e direbbe che questo è l’effetto di una lunga “lotta per il diritto”.
Concludendo poi che così diviene concreto quel necessario passaggio dalla “politica del disgusto” alla “politica dell’umanità” auspicato da Martha Nussbaum.

Non è un avvenimento isolato, perché viene dopo che 13 Stati americani e molti altri Paesi si erano già mossi in questa direzione, ultima la Francia. E, se guardiamo all’Europa, scopriamo che qui non vi è soltanto l’articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, che vieta ogni discriminazione basata sulle tendenze sessuali. Vi è, soprattutto, l’articolo 9 dove si stabilisce che «il diritto di sposarsi e di costituire una famiglia sono garantiti secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l’esercizio». E il passo avanti rappresentato dalla Carta diventa ancor più evidente se si fa un confronto con quello che dispone l’articolo 12 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo del 1950, dov’è scritto che quei diritti sono rispettati solo se le unioni riguardano “uomini e donne”.

La nostra Corte costituzionale, fin dal 2010, ha riconosciuto la rilevanza costituzionale delle unioni omosessuali, poiché siamo di fonte ad una delle “formazioni sociali” di cui parla l’articolo 2 della Costituzione. Da questa constatazione la Corte trae una conclusione importante: alle persone dello stesso sesso unite da una convivenza stabile «spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri». Sono parole impegnative: un “diritto fondamentale” attende il suo pieno riconoscimento.

La Corte di Cassazione è stata più netta dei giudici costituzionali, ai quali era stata giustamente rimproverata una ingiustificata reticenza. Con la sentenza numero 4184 del 2012, riprendendo alcune conclusioni della Corte europea dei diritti dell’uomo, ha affermato che, essendo ormai venuto meno il requisito della diversità di sesso e poiché si è in presenza di un diritto fondamentale, le coppie formate da persone dello stesso sesso possono rivolgersi ai giudici «per far valere, in presenza di specifiche situazioni, il diritto ad un trattamento omogeneo a quello assicurato dalla legge alla coppia coniugata».

Di fronte a tutto questo, il Parlamento è rimasto silenzioso e distratto, ignorando pure il recente monito del Presidente della Corte costituzionale sulla necessità di seguire indicazioni tanto impegnative. Ma la disattenzione del Parlamento continua, privando così le persone di diritti costituzionalmente garantiti. E non vi è alcun segnale che faccia sperare in una sorta di “ravvedimento operoso” sulla via del necessario riconoscimento dell’eguaglianza e del rispetto della dignità di ogni persona.

Chiusi nella loro autoreferenziale ossessione di far sopravvivere il Governo a qualsiasi costo, i partiti della maggioranza hanno cancellato dalla loro agenda qualsiasi riferimento ai diritti civili, a tutti quelli che vengono definiti “nuovi diritti”, ritenuti “divisivi”, tali da poter provocare fratture politicamente insanabili. Così la loro politica si allontana dalla società, ne ignora le dinamiche e i bisogni, chiude ogni canale di comunicazione con i cittadini proprio nel momento in cui la politica può legittimarsi nei loro confronti solo mostrandosi capace di coglierne le richieste e di costruire intorno ad esse una agenda politica non più autoreferenziale.

Si sta pagando un prezzo altissimo, perché questioni capitali del nostro tempo vengono scansate con una mossa di fastidio. O ricorrendo all’orribile argomento secondo il quale, quando premono drammaticamente i problemi dell’economia fino a coinvolgere la vita quotidiana di moltissimi, i diritti non interessano nessuno, sono un lusso che non ci si può permettere. E così scompaiono l’urgente riscrittura della legge sulla procreazione assistita, denudata nel suo carattere ideologico dai giudici italiani ed europei, il divorzio breve, una disciplina sobria del diritto di morire con dignità. Mentre si contempla da lontano il Datagate, si insiste nello smantellamento di importanti garanzie per la privacy, mantenendo ferma una linea di favore per gli interessi economici e i poteri di polizia messa a punto dagli ultimi governi.

Si discetta in astratto sulla Rete, e intanto si cerca di far passare norme ispirate alla sola logica proprietaria, senza tener conto del fatto che il punto di partenza di ogni disciplina della conoscenza in Rete è il suo riconoscimento come bene comune. Dopo casi gravissimi, si continua a ritenere quasi irrilevante l’approvazione di una legge sulla tortura. Si potrebbe continuare, ma bastano questi esempi per mostrare che siamo di fronte a questioni che interessano direttamente milioni di persone, il loro diritto di governare liberamente la loro vita e di costruire liberamente la loro personalità. E molti di questi provvedimenti sono a costo zero, dunque pienamente compatibili con tempi di ristrettezze economiche.

La mancanza di qualsiasi orizzonte, l’assenza di una credibile prospettiva politica fanno sì che anche provvedimenti in qualche modo utili, come quelli riguardanti carceri ed esecuzione delle pene, scadano a puri fatti emergenziali, incapaci di incidere davvero sulle strutture pubbliche. È quel che accade anche nella materia del lavoro, dove si continua ad ignorare la prospettiva individuata dalle proposte sul reddito minimo di cittadinanza, che potrebbero convertirsi in una forte spinta verso una revisione complessiva degli ammortizzatori sociali.

Discorsi astratti? Gettiamo allora lo sguardo sulle cronache, che qualche tempo fa ci hanno parlato di un bambino obbligato a scendere dallo scuolabus perché i genitori non avevano più il denaro necessario per pagare il servizio. Si può immaginare una violazione più profonda della dignità di questo bambino, mortificato davanti ai suoi amici e così espropriato anche della “dignità sociale” che gli riconosce l’articolo 3 della Costituzione? E una bella inchiesta di questo giornale ha documentato la crescita dei casi in cui le persone rinunciano alle cure perché non possono pagare il ticket. Così la salute, da diritto fondamentale, viene degradata a merce da comprare sul mercato, con un aggravio in prospettiva degli stessi costi pubblici, perché cresceranno le patologie determinate dall’impossibilità di accedere alla medicina preventiva.

Non cadiamo nella trappola di chi sostiene che i diritti costano, e sono insostenibili in tempo di crisi. Consideriamo il caso dell’Ilva. Se fin dall’inizio fossero stati presi sul serio il diritto al lavoro e quella alla salute, non si sarebbe arrivati alla situazione attuale e alla necessità di gravosi investimenti. I diritti costano soprattutto quando non vengono rispettati.

Dal mondo ci vengono indicazioni importanti sul modo in cui devono essere garantiti i diritti sociali. Nel caso Myriad Genetics la Corte suprema americana ha dato un alt a forme di brevettazione dell’umano, come già aveva fatto la Corte europea di giustizia, mettendo in evidenza che il principio di dignità è un ineliminabile criterio di valutazione della legittimità delle attività economiche. E Germania, Canada, India, Sudafrica rinviano a quel principio per garantire il diritto alla salute, quello all’abitazione, l’adeguatezza delle prestazioni sociali.

Ci stiamo allontanando drammaticamente dal mondo civile dei diritti? Tornando al nostro Parlamento, e all’ormai collaudata insensibilità della maggioranza, forse l’opposizione dovrebbe sfruttare fino in fondo le opportunità offerte dai regolamenti per far discutere le sue proposte. Verranno bocciate? Ma, almeno le persone potrebbero identificare nitidamente chi sta da una parte e chi dall’altra.

(28 giugno 2013)

Ogni altro commento penso sia superfluo.
MduL