Ultimo aggiornamento il 26 luglio 2026

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Diritti Lgbtqi+ - l'Unione Europea reagisce compatta: al via le procedure d'infrazione per violazione dei diritti Lgbtqi+ nei confronti di Ungheria e Polonia

(foto eurobull.it)
 _MduL, 18 luglio 2021_
 
In previsione della imminente sospensione del Blog per le vacanze estive, ci teniamo ad aggiornarvi anche sulle 'questioni omofobe estere', che hanno coinvolto e coinvolgono due dei 27 paesi dell'Unione Europea: l'Ungheria di Viktor Mihály Orbán e la Polonia di Andrzej Duda.
 
Viktor Orban (wikipedia.org)
Di Viktor Orban e della 'nefasta' situazione ungherese vi abbiamo parlato lo scorso 27 giugno, con il post "Omofobia - Parliamo di Ungheria e di Unione Europea e di come la legge anti-Lgbtqi+ voluta da Orban abbia compattato tutta l'Unione nella sua condanna", al quale, per non ripeterci vi rinviamo, per raccontarvi della introduzione nel paese di una legge formalmente a tutela dei minori ma in realtà fortemente omofoba ed anti-Lgbtqi+, che sancisce, tra le altre cose, essere illegale mostrare a un minore qualsiasi contenuto che rappresenti “deviazioni dall'identità corrispondente al proprio sesso assegnato alla nascita”, in un paese dove la norma costituzionale ora sancisce che “il padre sarà uomo e la madre sarà donna”.
 
Vi accenniamo qui, invece alla situazione, altrettanto 'nefasta' per noi, che si è andata costruendo in Polonia in questi ultimi anni.
Sorvolando volutamente su questioni molto serie ed importanti che comunque ci riguardano in quanto donne, come la posizione della donna e l'aborto, e su altre questioni parimenti importanti come quelle dello smantellamento dell'indipendenza della magistratura, dei quali pure la Polonia sta facendo 'scempio', in questa sede tratteremo solo della questione che più ci riguarda da vicino e cioè delle sempre più stringenti ed esecrabili normative omofobe, dettate ed applicate nel paese polocco contro le persone Lgbtqi+.
 
Pres. Duda (wikipedia.org)
Prima una premessa, la Polonia è una repubblica parlamentare, come la nostra, che ha un Presidente della Repubblica che dal 2015 è Andrzej Duda con al governo un Primo ministro che dal 2017 è Mateusz Morawiecki. Entrambi - e vi preghiamo di notare questa forte anomalia, foriera di una reale mancanza di libertà nelle istituzioni, visto che sia il Governo, che la maggioranza parlamentare che il Presidente della Repubblica, che avrebbe la possibilità di veto sulle leggi, sono tutti dello stesso partito politico - sono esponenti del partito PIS (Prawo i Sprawiedliwość), in italiano "Diritto e Giustizia" che potremmo liberamente definire ultra-conservatore.
 
Questi, infatti, alcuni degli interventi degli esponenti del PiS, finalizzati a rendere la Polonia un paese - haì noi - a propria immagine, approvando nel corso degli anni delle leggi, in ogni ambito della vita pubblica, atte a consolidare il predominio del partito di governo, contestualmente riducendo i margini di manovra delle opposizioni: il diritto di riunione viene così limitato ed i media, a partire proprio dalla televisione di Stato, controllati, facendo precipitare il paese, in 5 anni, dal 18esimo al 62esimo posto dell’indice sulla libertà di stampa di Rsf.
Morawiecki (wikipedia.org)

Tutto ciò, contestualmente introducendo ed imponendo una concezione della società sempre più aderente a quelli che il governo considera “i valori tradizionali, nazionali e cattolici”. 
E' così che il target interno da colpire sono le persone LGBTI+, indicate, con le parole del Presidente della Repubblica Duda, come portatrici “di un’ideologia peggiore del comunismo”. Ed ecco allora che vi è lo sdoganamento delle peggiori e più retrive posizioni e dichiarazioni in danno alla persone lgbtqi+, con deputati che possono sostenere nei talk show della tv pubblica polacca che "gli omosessuali non sono normali" o scrivere su Twitter che "il Paese sarebbe più bello senza di loro". 
Ma ancora non basta, visto che ad alcuni sindaci conservatori è stato concesso dichiarare i loro comuni “LGBTI-free”, cioè 'orgogliosamente' liberi da persone omosessuali, lesbiche, transgender, queer ecc.., insomma, da persone come noi.

Insomma, anche nel caso della Polonia, una quadro desolante e sempre più preoccupante di deriva democratica e di tutela dei diritti non solo delle persone Lgbtqi+, ma di tutti i cittadini polacchi in generale.

Come è evidente, avere due paesi sempre più autoritari e sempre più omofobi all'interno dell'Unione Europea, non può essere accettato e condiviso, da qui la battaglia dell'UE, con le armi in verità alquanto spuntante, per cercare di far rispettare il diritto e, soprattutto, i principi dell'Unione. Principi che in materia di diritti sono di inclusione, rispetto e condivisione e che, dunque, in alcun modo possono trovare una simile violazione in due sue paesi membri.
La sede della Corte di Giustizia UE (foto lastampa.it)
Ed ecco allora che vi è il sempre più invocato intervento della Corte di Giustizia UE che, però, per statuto europeo ha dei limiti di competenza o l'applicazione di procedure d'infrazione per la violazione dei principi di separazione dei poteri istituzionali ecc...che, però, non riescono da sole a porre un freno a queste derive omofobe sia polacche che ungheresi, vieppiù in questo periodo dove, a causa dello statuto e della legislazione europea, i due paesi possono al momento dormire sonni tranquilli visto che per poter tutti i 27 paesi usufruire dei copiosi fondi europei messi in campo per fronteggiare la pandemia con il recovery fund, la clausola fondamentale del necessario rispetto dei diritti umani e civili per poterne usufruire viene messa da parte, poiché è necessaria l'unanimità dei paesi coinvolti per l'approvazione del bilancio che stanzia i fondi detti.

Insomma, una questione non facile da scrivere, ma facile da capire, dunque, per potervi permettere di comprendere come l'UE fa o potrebbe fare a porre un limite a tali derive nazionaliste, autoritarie ed omofobe, vi riportiamo qui uno stralcio dell'imperdibile articolo di Vincenzo Genovese (link in calce al post) scritto lo scorso 24/08/2020 per iltascabile.com.
<< Come a Lussemburgo (dove vi è la sede della Corte di Giustizia Europea_ndr) non sempre si può rispondere agli appelli, così da Bruxelles si fatica a intervenire in maniera efficace. Al netto di iniziative non vincolanti e quindi sostanzialmente aleatorie come raccomandazioni (Commissione) e risoluzioni (Parlamento), le istituzioni europee hanno due strumenti per fermare il declino dello Stato di diritto: le procedure di infrazione (ex art. 258 TFUE) e l’Articolo 7 del Trattato sull’Unione Europea. Il primo è un arma di precisione, dal raggio limitato. Il secondo un bazooka, potenzialmente decisivo ma molto difficile da innescare.
Con una procedura di infrazione, la Commissione Europea può richiamare uno Stato membro al rispetto dei trattati comunitari e, in caso di inadempienza, deferirlo alla Corte di Giustizia Europea.
La riforma della giustizia polacca è valsa da sola quattro procedure tra il 2017 e il 2020, che in alcuni casi hanno prodotto misure cautelari in grado di rintuzzare i singoli assalti del PiS alla magistratura, ma mai di intaccare l’intero progetto di controllo del sistema giudiziario.
Tramite l’Articolo 7, invece, la Commissione denuncia un serio rischio di violazione dei valori fondamentali dell’Unione. Dopo una procedura lunga e complessa, che prevede un ampio confronto e il voto favorevole dei due terzi del Parlamento Europeo, lo Stato interessato può perdere temporaneamente i suoi diritti in seno all’Unione, fra cui quello di voto. Ma questa misura estrema si può adottare solo con un voto all’unanimità degli altri Capi di Stato e di governo riuniti nel Consiglio Europeo, come racconta al Tascabile Terry Reintke, europarlamentare dei Verdi tedeschi che si occupa del caso nella commissione parlamentare per le Libertà Civili (LIBE). “L’attivazione dell’Articolo 7 (20/12/2017, ndr) – è stata utile, perché ha favorito il dialogo, il monitoraggio, l’emersione dei problemi della Polonia. Ma non si arriverà mai fino in fondo, perché al Consiglio l’Ungheria protegge la Polonia e viceversa”.
Il periodo storico, inoltre, non è dei più propizi: come ha dimostrato il recente negoziato sul Recovery Fund e sul bilancio pluriennale dell’Unione, gli altri Paesi sembrano poco disposti a fare la voce grossa con il governo polacco, che come tutti gli altri dispone del potere di veto nel Consiglio Europeo. Per non inficiare la delicata trattativa, si è sostanzialmente sorvolato sulle questioni di principio, evitando di vincolare in maniera stringente l’erogazione dei fondi europei al rispetto dello Stato di Diritto.>>
 
E qui, finalmente, arriviamo agli ultimi sviluppi di questi giorni che vanno comunque letti con fiducia, anche a dispetto di quanto letto sopra, perché, in ogni caso, a prescindere dagli strumenti istituzionali utilizzati, l'UE, se vuole, sa essere davvero molto persuasiva. Comunque, la situazione, ad oggi è la seguente.
 
Ursula von der Leyen (wikipedia.org)
Prima una premessa: ricordate quanto dichiarato dalla Presidente della Commissone Ue, Ursula von der Leyen, lo scorso 7 luglio, davanti agli eurodeputati riuniti in plenaria? Dichiarò: «L’Europa non permetterà mai che parti della nostra società siano stigmatizzate: sia a causa di chi amano, a causa della loro età, della loro etnia, delle loro opinioni politiche o delle loro convinzioni religiose». 
Per la Commissione, infatti, la legge anti-Lgbtiq ungherese viola i valori contenuti nell’articolo 2 del Trattato dell’Ue, tra i quali il divieto di discriminazione ed anche la direttiva sui servizi di media audiovisivi, quella sul commercio elettronico, il diritto alla protezione dei dati. 
 
Inutile dirvi che l’Ungheria non ha incassato, ma è andata subito all’attacco, sostenendo in sede di conferenza stampa, a mezzo del Capo di gabinetto di Orban, Gergely Gulyas, «Bruxelles chiaramente non ha voce in capitolo» sulla legge anti-Lgbtiq ungherese e non deve «interferire» nelle aree di competenza nazionale e che il suo ragionamento per l’azione legale è «più politico che legale», che Budapest non vede alcuna violazione della libertà di commercio e «sono argomenti assolutamente sospetti». Ha poi aggiunto che «se l’Ue vuole interferire nei settori coperti dalle Costituzioni nazionali, potrebbe mandare in frantumi l’intera Unione». 
 
Reazioni molto forti anche da parte della Polonia, la quale ha risposto con i fatti alle esortazioni della UE, con una sentenza della Corte costituzionale polacca che ha affermato che le decisioni della Corte di giustizia dell’Ue sull’indipendenza della magistratura «non sono compatibili con la Costituzione polacca».  Ma non solo, il premier polacco, Mateusz Morawiecki, ha lamentato un trattamento «discriminatorio», sostenendo che la sua riforma della giustizia non si discosta da quella di Germania e Spagna.
 
Ovviamente, la Commissione ha risposto alla Polonia, ricordando che «la legge Ue ha la primazia sulla legge nazionale. Tutte le decisioni della Corte di giustizia Ue, incluse le misure ad interim, sono vincolanti» e vanno applicate, in caso contrario la Commissione «userà i suoi poteri».
 
E questo ha fatto, visto che circa una settimana dopo, la Commissione ha avviato una procedura di infrazione nei confronti dell’Ungheria e un’altra della Polonia per la violazione dei diritti fondamentali delle persone Lgbtiq. 
Nello specifico, con riferimento alla Polonia, la procedura d’infrazione in materia di diritti Lgbtqi+ è stata aperta poiché la Commissione ritiene che le autorità polacche non abbiano risposto in maniera esauriente alle sue richieste di chiarimento sulla natura e sull’impatto delle «zone libere dall’ideologia Lgbt» istituite da marzo 2019 da diverse regioni e comuni polacchi, di cui vi abbiamo parlato in precedenza.

Lo scorso 14 luglio (se non ricordiamo male) Bruxelles ha quindi inviato una lettera di messa in mora e ora Budapest e Varsavia hanno due mesi di tempo per rispondere ai rilievi della Commissione, trascorsi i quali l’esecutivo comunitario potrà decidere di inviare pareri motivati e successivamente deferire i casi alla Corte di giustizia dell’Ue. 
 
Riusciranno tali procedure della UE a far desistere l'Ungheria e la Polonia dal continuare ad erodere i diritti Lgbtqi? Speriamo, è anche vero che, soprattutto nel caso dell'Ungheria, che andrà ad elezioni in prossimo anno, riuscire ad avere i fondi dell'Unione è di fondamentale importanza...

Vedremo come andrà a finire, intanto incrociamo le dita.

MduL 



Fonti ed Approfondimenti:
Post MduL "Omofobia - Parliamo di Ungheria e di Unione Europea e di come la legge anti-Lgbtqi+ voluta da Orban abbia compattato tutta l'Unione nella sua condanna" del 27/06/2021;
Articolo "Polonia 2020: come si distrugge una democrazia" di Vincenzo Genovese per iltascabile.com del 24/08/2020;
Articolo "Ungheria e Polonia pongono il veto sui fondi UE" della redazione di sicurezzainternazionale.luiss.it del 16/11/2020;
Articolo "Legge anti-Lgbtq, l'Ue lancia la procedura di infrazione contro Orban" di Angela Mauro per huffingtonpost.it del 15/07/2021;
Articolo "Ue contro Polonia e Ungheria: diritti violati, via alla procedura d’infrazione" di Francesca Basso per corriere.it del 15/07/2021;
Articolo "L’Unione europea apre una procedura d’infrazione contro Polonia e Ungheria per violazione dei diritti Lgbtqi" di F.Q. per ilfattoquotidiano.it del 15/07/2021.

Omofobia - Parliamo di Ungheria e di Unione Europea e di come la legge anti-Lgbtqi+ voluta da Orban abbia compattato tutta l'Unione nella sua condanna

(Foto lanuovabq.it)
 
 _MduL, 27 giugno 2021_
 
Parliamo ancora di omofobia, ma questa volta a livello europeo. La notizia che, nostro malgrado, in questa sede siamo costrette a commentare, infatti, riguarda un paese dell'Unione Europea, l'Ungheria, il cui Presidente, Viktor Orban, già noto per le sue posizioni 'medievali' in tema di diritti civili e non solo, ha ritenuto di introdurre nel paese una legge fortemente anti-Lgbtqi+, che sancisce essere illegale mostrare a un minore qualsiasi contenuto che rappresenti “deviazioni dall'identità corrispondente al proprio sesso assegnato alla nascita”. Da qui, la forte ed univoca reazione delle massime istituzioni comunitarie e dei singoli Stati dell'Unione Europea. Ma andiamo per gradi.
 
La legge ungherese
 
Giorni addietro Orban presenta un testo di legge "contro la pedofilia" con l'obiettivo di “proteggere i nostri bambini” e “affermare chiaramente che solo i genitori possono decidere sull'educazione sessuale dei propri figli”. 
Il parlamento ungherese (it.wikipedia.org)
Il testo, approvato con 157 voti a favore dall’Assemblea nazionale ungherese, ha visto l’opposizione che al momento del voto ha lasciato l’Aula per esprimere il profondo dissenso e la forte indignazione per le norme in tale testo contenute. Vi è, infatti, come accennato all'inizio, la norma secondo la quale “è vietato mettere a disposizione dei minori un contenuto che presenta qualsiasi rappresentazione della sessualità fine a se stessa, qualsiasi deviazione dall'identità corrispondente al proprio sesso assegnato alla nascita, cambio di sesso o promozione dell’omosessualità”. 
Che, detto in altri termini, presuppone un divieto per ogni cittadino maggiorenne di presentare a un under-18 i temi legati all’amore diverso da quello tra un uomo e una donna.  

Reca infatti il testo di legge: “Quando si educano gli studenti alla cultura sessuale, alla vita, alle preferenze e allo sviluppo sessuale, sarà posta particolare enfasi sul rispetto delle disposizioni stabilite dall'articolo XVI paragrafo 1 della Legge Fondamentale”.
Legge fondamentale che altro non è se non una norma costituzionale, introdotta dallo stesso Governo di Orban, nella quale si mette nero su bianco che “il padre sarà uomo e la madre sarà donna”. 
 
Insomma, una legge formalmente contro la pedofilia che in realtà attacca i diritti civili e umani dei cittadini ungheresi e, in particolare, di quelli Lgbtqi+, visto che torna a sancire e confermare il tanto vituperato principio costituzionale a suo tempo introdotto con la legge costituzionale, in base al quale la famiglia può essere composta solo da un uomo ("il padre sarà uomo") e da una donna ("la madre sarà donna"), con buona pace delle famiglie arcobaleno che, secondo Orban, evidentemente, non esistono!.

Orban (it.wikipedia.org)
Ma non basta, perché la legge in questione fissa anche dei chiari paletti sull’educazione sessuale in classe, così sancendo: “Queste attività non possono mirare a promuovere la deviazione dall'identità corrispondente al proprio sesso assegnato alla nascita, il cambio di sesso o l’omosessualità”. 
Dunque, anche in questo caso, una privazione dei diritti dei cittadini ungheresi ed un chiaro avvertimento a tutti gli insegnanti a non parlare di questi temi, potendo le lezioni di educazione sessuale in classe, sempre ai sensi della legge, essere tenute solo da organizzazioni registrate presso “un'agenzia statale definita dalla legge”, con ciò, appare fondato il sospetto, volendo di fatto escludere dalle scuole le Ong per i diritti civili e le libertà sessuali.
A riprova di ciò, il comma successivo della legge che nega l’autorizzazione alle “organizzazioni di dubbia credibilità professionale, create in molti casi per rappresentare determinati orientamenti sessuali”, accusate di “influenzare lo sviluppo sessuale dei bambini con la loro cosiddetta formazione alla sensibilità, causando gravi danni al loro sviluppo fisico, mentale e morale”.
Anche in questo caso, dunque, un attacco preciso e sistematico alla cultura dell'inclusione e del rispetto dei diritti civili, vietando ai bambini ungheresi financo la "formazione alla sensibilità"!.
 
Ma ancora non basta, perché nella legge vengono previste ed applicate anche precipue restrizioni alla pubblicità con contenuti Lgbt, con ciò colpendo, come è già successo in Russia, principalmente gli spot delle marche di alta moda (e non solo), definendo tali contenuti indistintamente non raccomandati agli under 18.
Tale norma, infatti, rende “illegale” trasmettere “una pubblicità ai minori” se questa “ritrae la sessualità come fine a se stessa, o ritrae o promuove la deviazione dall'identità corrispondente al proprio sesso alla nascita, il cambio di sesso o l’omosessualità”. 
 
Insomma una legge titolata alla tutela dei minori e contro la pedofilia che, nei fatti, impone divieti e legifera avverso le persone Lgbtqi+ ed ai diritti civili.
 
***
La reazione della UE.
 
Ovvio che, stante questi contenuti, vi sia stata una sollevazione univoca e molto forte da parte di tutta l'Unione Europea, sia, come detto, dalle sue massime istituzioni che dagli Stati membri.
Von der Leyen (en.wikipedia.org)
Su tutte, la reazione molto forte della Presidentessa della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen, la quale, rispondendo ad una domanda durante una conferenza stampa di presentazione del piano di ripresa belga, ha usato parole nette e forti contro la legge anti Lgbt approvata in Ungheria, dichiarando tale legge “una vergogna“, “chiaramente discriminatoria” e che “va contro ogni valore fondamentale dell’Ue, ossia la dignità, l’uguaglianza, i diritti umani fondamentali”. 
Da segnalare che, a poche ore di distanza da tali dichiarazioni della Presidente Von der Leyen, il governo di Budapest ha reagito usando le sue stesse parole e bollando come “una vergogna” il suo commento sul provvedimento ungherese. 
Nello specifico, queste le parole scritte dall'esecutivo di Viktor Orban in una nota: “La dichiarazione della presidente della commissione europea è una vergogna perché basata su asserzioni false”, ciò dimostra “un’opinione politica di parte senza che sia stata condotta prima una imparziale valutazione”.

D. Sassoli (wikipedia.org)
Il Presidente del Parlamento Europeo, poi, il nostro David Sassoli, ha scritto alla Von der Leyen, chiedendo alla Commissione di adempiere agli obblighi previsti dai trattati dell’Ue per garantire il rispetto dello stato di diritto in tutti gli Stati membri. Queste le sue dichiarazioni: “Siamo convinti che vi siano alcune flagranti violazioni dei principi dello stato di diritto da parte di alcuni Stati Membri che devono essere sanzionate. Naturalmente, in assenza di reazioni da parte della Commissione nei tempi assegnati dai Trattati, agiremo contro di essa alla Corte di Giutizia.
Tanti, poi, come detto, sono i singoli stati che hanno chiesto alla Commissione di agire contro l’Ungheria, portandola in Corte di Giustizia per le misure adottate. Sono Belgio, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Lituania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Spagna, Svezia, Lettonia, Italia, Grecia, Austria e Cipro. 
Parlando di Sassoli, da segnalare il suo gesto, in quanto Presidente del Parlamento UE, di voler illuminare con i colori dell'arcobaleno la sede del Parlamento, visto che la UEFA non ha concesso tale prerogativa alla Germania, in occasione della partita degli europei Germania-Ungheria (vedi infra, il post scriptum).

Pres. Mario Draghi (avvenire.it)
Da noi, in Italia, il nostro Presidente del Consiglio dei Ministri, Mario Draghi, durante il dibattito nel Consiglio Europeo sulla legge approvata dall’Ungheria sui contenuti Lgbt per i minorenni, così si è espresso "Questo trattato, sottoscritto anche dall'Ungheria, è lo stesso che nomina la Commissione guardiana del Trattato stesso", sottolineando poi che "spetta alla Commissione stabilire se l'Ungheria viola o no il Trattato". Secondo l'articolo 2, l'Unione europea "si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze". Questi valori, prosegue l'articolo, "sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini".
Che detto in altri termini e tradotto dal "Draghese" (laddove Mario Draghi, da sempre, essendo uomo delle istituzioni nel senso più puro del termine, per esprimere i concetti, anche scomodi, fa sempre e comunque riferimento alla normativa e mai a singole e populiste esternazioni personali), significa: Orban, con questa legge non hai rispettato i diritti civili degli ungheresi e degli europei tutti, dunque, la UE (cioè la Commissione presieduta dal Ursula Von der Leyen) ti sanzionerà e non te la farà passare liscia.

Xavier con il marito (europa.today.it)
Tanti altri, poi, come detto gli Stati che hanno rilasciato dichiarazioni contro tale legge discriminatoria ungherese, su tutti la cancelliera tedesca, Angela Merkel e, soprattutto, del primo ministro del Lussemburgo, Xavier Bettel, che, essendo dichiaratamente gay, ha più di un motivo e di una legittimazione a parlare.

Insomma, su questa legge, l'Unione Europea fa quadrato ed isola Orban.
Non resta ora che vedere gli sviluppi della situazione.

MduL
 
 
p.s.: questo post può servire anche a chiarire il perché, semmai qualcuna di voi se lo fosse chiesto, della discussione sollevata dalla fascia arcobaleno indossata al braccio dal portiere della nazionale tedesca e della richiesta della Germania alla UEFA di illuminare lo stadio dove doveva svolgersi la partita degli europei Germania-Ungheria con i colori dell'arcobaleno. Richiesta, è bene farlo presente, che la UEFA ha negato, così come ha stigmatizzato, pur non punendolo, il gesto del portiere tedesco.
Insomma, non è che la UEFA ne è uscita proprio benissimo da questa situazione.


Fonti ed approfondimenti:
Articolo "Legge contro l’omosessualità in Ungheria, 14 Paesi dell’Unione Europea sono contro. L'Italia ultima a firmare" di Emanuele Bonini per lastampa.it del 22/06/2021;
Articolo "Dichiarazione congiunta di 13 Paesi Ue contro la legge ungherese anti-Lgbt. Firma anche l’Italia (ma dopo le proteste)" di F.Q. per ilfattoquotidiano.it del 22/06/2021;
Articolo "Von der Leyen: “La legge ungherese anti-lgbt? Una vergogna”. Budapest: “Le sue parole lo sono”. Merkel: “Norma sbagliata”" di F.Q. per ilfattoquotidiano.it del 23/06/2021;
Articolo "L’Europa contro l’Ungheria: “Ritiri le misure anti Lgbtq”. Orbán però va avanti: ipocriti" di Claudio Tito per repubblica.it del 24/06/2021;
Articolo "Draghi attacca Orban su legge contro i gay: “Spetta a Ue stabilire se Ungheria viola i trattati” di Annalisa Cangemi per fanpage.it del 24/06/2021;
Articolo "L'Ue isola Orban sull'omofobia. Budapest reagisce "Basta coi ricatti"" di Riccardo Pelliccetti per ilgiornale.it del 25/06/2021;
Articolo "Consiglio europeo. I leader europei isolano Orbán: «Quella legge discrimina i gay»" di Giovanni Maria Del Re per avvenire.it del 25/06/2021;
Articolo "Omosessualità censurata per gli under 18: cosa dice la legge anti-Lgbt voluta da Orban" di Tommaso Lecca per europa.today.it del 25/06/2021.

Ungheria, ecco già i primi provvedimenti di Orbàn contro il modo Lgbtqi, ed in particolare contro le persone transgender

Victor Orbàn (foto notizie.tiscali.it)
 _MduL, 4 aprile 2020_

Sapevamo che era solo questione di tempo, ma non pensavamo che il Primo Ministro dell'Ungheria, Victor Orbàn, riuscisse a stupirci con così largo anticipo. E' di questi giorni, infatti, l'annuncio del 'Primo Ministro' (le virgolette sono volute, visto che già molti parlando di dittatura) ungherese che ribadisce che da ora in poi, in Ungheria, le autorità non potranno più registrare sui documenti di identità il nuovo gender di qualsiasi persona che abbia cambiato sesso, quindi, ad esempio, chi ha cambiato sesso e vuole un matrimonio o convivenza con una persona di sesso diverso non sarà più per lo Stato parte di un'unione etero, ma, al contrario, verrà schedato ed escluso da ogni beneficio per le famiglie.
Zsolt Semjén (foto en.wikipedia.org)
Questa la - abberrante - giustificazione della legge, preparata dal fido vice primo ministro di Orbàn, Zsolt Semjen, ed approvata il giorno successivo alla proclamazione dei pieni poteri da parte di Orbàn stesso, "Cambiare il proprio sesso biologico è impossibile, i caratteri sessuali primari e le caratteristiche cromosomiche sono immutabili e non possono essere modificate da nessun ufficio di registro dello Stato civile magiaro".
Come detto, la cosa non ci soprende, se non nei tempi - effettivamente - molto/troppo rapidi, visto che Orbàn si era già fatto conoscere per le sue posizioni omofobe, avendo lo stesso a suo tempo già proibito studi accademici e universitari sul tema gender e cambiamento di genere o dibattiti su unioni diverse dal tradizionale matrimonio ufficiale eterosessuale. 
Come è evidente, tante le contestazioni, sia interne che esterne, a tale legge. Su tutte, vi segnaliamo le reazioni dell'associazione trans "Prizma Közösség" , della commissaria Ue per i diritti umani e dei copresidenti del gruppo misto omossessuali, lesbiche e transgender dell'Europarlamento, così come riportate nell'articolo di Andrea Tarquini per repubblica.it, utilizzato come fonte (link in fondo al post).
A nome dell'associazione trans magiara "Prizma Közösség", parla Zsófia Szabo, che, rilasciando una dichiarazione al sito Lgbt e trans svizzero 360.ch, così si esprime "Tale disposizione priva i trans in Ungheria della possibilità di usare i loro documenti senza paura", mentre, a livello europeo, l'associazione transgender Tgeu ha denunciato "l'enorme, grave passo indietro imposto alla società ungherese".
La commissaria Dunja Mijàtovic (foto coe.int)
A seguire, la reazione della Commissaria Ue per i diritti umani, Dunja Mijátovic, la quale ha duramente criticato la legge, dichiarando "le persone Lgbt e transgender hanno diritto a una vita normale senza discriminazioni basata sul diritto all'autodeterminazione" e "le autorità ungheresi devono garantire il loro diritto a procedure rapide e trasparenti per cambiare nome e gender sul registro civile nonché su carte d'identità, passaporti e altri documenti. È un diritto umano fondamentale, il riconoscimento ufficiale di gender è questione di dignità umana".
Infine, secondo Mark Angel e Terry Reintke, copresidenti del gruppo misto omosessuali, lesbische, transgender all'Europarlamento, la legge voluta da Orbán "è un attacco scandaloso e deliberato alla comunità trans che mira non solo a costringerla al silenzio ma anche a cancellarla e negare la sua esistenza".

(Foto it.dreamstime.com)
Dunque, non solo le opposizioni che facevano parte del parlamento ungherese e le organizzazioni lgbtqi magiare si sono espresse contro tale deriva omofoba, ma anche la Commissaria Ue per i diritti umani e degli esponenti del parlamento europeo e questo fa rabbrividire ancora di più, visto che, è bene ricordarlo e ribadirlo, l'Ungheria fa parte dell'Europa dal 1 maggio 2004 e, come tale, dovrebbe seguire i principi ed i diritti dalla stessa sanciti nelle più alte Carte dei valori che la rappresentano e che, per fortuna, la vincolano al rispetto dei diritti  di tutti e di ognuno.
Ma ricapitoliamo, per quante di voi se lo fossero perso, il breve cammino della deriva dittatoriale che ha seguito l'Ungheria in questo ultimo mese. A Budapest, infatti, si è passati da un sistema democratico, con un parlamento ed un governo, ad uno dittatoriale, nel quale il parlamento non ha più alcun ruolo e tutti i poteri sono stati accentrati da Victor Orbàn.
La 'scusa' per questo colpo di stato - perché di questo si tratta - è stata la lotta alla pandemia da coronavirus che sta colpendo il mondo intero.
Ebbene, con la scusa della necessità di dover agire in modo celere e con competenze e centri di potere accentrati, Orbàn si è fatto consegnare i pieni poteri dal parlamento stesso ed ha quindi, subito, abolito ogni competenza di questo consesso, lasciandosi libero di agire come meglio crede e senza alcun contrappeso istituzionale, divenendo, a tutti gli effetti di legge, un dittatore.
L'Europa, dunque, da pochi giorni a questa parte ha, tra i suoi paesi membri, un paese retto da un Dittatore! Niente male.

E, volete sapere come ha reagito Orbàn a tutte queste rimostranze, sia interne che esterne? Ecco quello che ha scritto al vertice Ppe con carta intestata da premier: "Non ho tempo per dibattiti su quale tipo di democrazia, devo lottare contro il virus nella mia patria, fate altrettanto e non interferite nei nostri affari interni". 
Ogni altro commento appare inutile.

MduL



Fonte:
Articolo "Ungheria, la stretta di Orbán contro i transgender: "No al cambio di sesso"" di Andrea Tarquini per repubblica.it del 3/04/2020